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Oltre la porta nera

Luca, un ragazzo di tredici anni, vive con i genitori a San Basilio, uno dei quartieri romani più malfamati e frequenta la terza media.
La tranquilla vita familiare viene interrotta, durante una cena, dall’arresto improvviso del padre senza che il ragazzo ne conosca il motivo e nessuno è disposto a fornigli delle spiegazioni.
Alla ricerca di una motivazione, Luca si imbatte in un gruppo di ragazzi deviati, conosce il carcere, si innamora disperatamente, cerca conforto nell’alcool.
Un’escalation di delusioni che lo porta a instaurare un nuovo rapporto con il padre non più fondato su gioia e spensieratezza ma profondo, sincero e vero.

FALZEA EDITORE
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Promozione e distribuzione:
RCS Libri
Collana: Giovani adulti
Pagine: 140
Prezzo: Euro 10,00
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Recensioni:

Argeta Brozi, 03/01/2009, www.sololibri.net

“Oltre la porta nera” di Sibylle Krull è un libro forte, avvincente e coinvolgente. La scrittura chiara, leggera, senza eccessi né parole ricercate, ma diretta e incalzante fa leggere questo libro tutto d’un fiato. Se Sibylle Krull sia alla sua prima prova letteraria non lo sappiamo, ma certamente lascia il segno.

La storia si apre nel punto cruciale della vita del protagonista, Luca, un adolescente ubbidiente, bravo e un figlio affettuoso. Ma il ritorno del padre dal lavoro di colpo si trasforma in un incubo: il padre viene carcerato e Luca ha tante domande e nessuna risposta. Di punto in bianco, la sua vita idilliaca e tranquilla cambia: Luca non è più il ragazzino tredicenne di una volta, ma un ragazzo rabbioso e pieno di aspettative deluse che vuole vendicarsi di chi crede abbia mandato il padre in prigione. E così, attraverso un escalation di delusioni, Luca vivrà la delinquenza giovanile come normalità e conoscerà l’alcool e l’amore non corrisposto, sfuggirà i problemi e ripeterà una storia già vissuta dal padre.

Oltre la porta nera c’è una prigione fatta di tante regole, di costrizioni e di privazione, una porta che chi valica difficilmente dimenticherà. Oltre la porta nera c’è un muro di incomprensione tra un padre e un figlio che non riescono più a comunicare come una volta, c’è la paura di non essere capiti, accettati. Riuscirà Luca ad attraversare quella porta nera? Ad aprire il suo cuore e a cancellare i dubbi e le insicurezze che lo perseguitano? Riuscirà suo padre ad uscire di prigione e a spiegargli come mai è successo tutto ciò? O sarà impossibile andare oltre la porta nera?

Ermanno Gallo, 02/2009, www.monde-diplomatique.it/LeMonde-archivio

In questo romanzo per ragazzi della scrittrice e psicoterapeuta tedesca, la porta nera è la prigione e al contempo un viaggio iniziatico per il protagonista, Luca, un adolescente di 14 anni. Dopo l’arresto del padre, per via di una vicenda di droga, il ragazzo verrà a contatto con la realtà capovolta del carcere e con i suoi incomprensibili divieti: l’abbigliamento «castigato» imposto alle donne che si recano a colloquio col detenuto, le lungaggini burocratiche, la privazione dell’affettività. «A te pare giusto che veniamo puniti pure noi?
- dice la madre a Luca – che tu hai un padre e io un marito solo due ore alla settimana?». E così, una storia di ordinaria emarginazione – la povertà della famiglia, il quartiere romano a rischio, lo spaccio di droga – diventa occasione per raccontare dall’interno, con la misura giusta, ma senza ipocrisie, il senso sociale e umano della reclusione. Nel suo recinto urbano – in cui, cucchiaino contro cucchiaino, si incontrano nello stesso bar il carabiniere azzimato e lo spacciatore con la «scimmia» – in pochi mesi l’adolescente maturerà persino un vissuto extralegale. Chi legge ha così l’impressione di costeggiare ora I ragazzi della via Pal, ora i giovani «lumpen» pasoliniani, senza ridondanti lezioni morali, ma anche senza raggiungere, quella sofferta poesia della diversità che bagna I ragazzi di sabbia di Jorge Amado.

Laura Bongiorno, 23-07-2008, www.ibs.it
Dovrebbe essere un libro per adolescenti….ma io consiglierei di leggerlo anche ai “cosiddetti adulti”. Molto bello.
Voto: 5 / 5

Con Oltre la porta nera, Sibylle Krüll ha vinto il Premio Nazionale di Letteratura per ragazzi “Città di Bella” – IV edizione nella sezione “Narrativa 13-16 anni”

Targa Premio Bella

L’intervista con l’autrice in occasione del Premio di Bella:
www.bibliobella.it/eventi/premio/krull.htm

A cura di Mario Coviello – Dirigente dell’I.C. di Bella

Chi è Sibylle Krüll?

Sono una… come si potrebbe dire, “tedescaliana”? O magari “italesca”? Voglio dire: oggi mi sento più o meno metà tedesca, metà italiana. I primi vent’anni della mia vita li ho passati in Germania e sono stata in Italia in vacanza. Quando sono venuta per la terza volta, a sedici anni, mi sono ammalata e sono finita in un ospedale romano. Lì, ogni giorno, la donna delle pulizie passava lo straccio nei corridoi e cantava con voce cristallina: “Un’estate al mare, voglia di remare con il salvagente…” In Germania, molto probabilmente sarebbe stata richiamata all’ordine – qui tutti ascoltavano con piacere il suo concerto mattutino. Quello è stato uno dei tanti episodi che mi ha fatto capire che volevo vivere in Italia.

E dopo il diploma di maturità, sono venuta a Roma “in prova”. Avrei dovuto fare la ragazza alla pari per un anno. Un po’ per volta, mi sono fidanzata, ho affittato una casa, mi sono iscritta alla facoltà di psicologia – e non me ne sono mai più andata.

Perchè scrivi?

Sono tanto presuntuosa da pensare di avere qualcosa da dire, di avere dei messaggi da trasmettere agli altri. Nel caso di Oltre la porta nera questo messaggio potrebbe essere riassunto così: i detenuti non sono soltanto delinquenti, ma anche padri, mariti, persone guidate da emozioni, pensieri e ideali.

Da dove trai ispirazione?

Purtroppo, non posseggo una fantasia sconfinata come ad esempio J.K. Rowling (Harry Potter) o Cornelia Funke (Cuore d’inchiostro), quindi sono costretta a trarre ispirazione dalla realtà per raccontare una storia. Vivo costantemente con le antenne alzate per raccogliere situazioni, dialoghi e personaggi – dei pezzetti di vita reale. Per fare un esempio, il personaggio di Uiui, è ispirato a un mio compagno di classe delle medie. Ho semplicemente descritto quel ragazzo che conoscevo in Germania trent’anni fa e ho immaginato come si sarebbe comportato nel gruppo di Luca a San Basilio ai giorni d’oggi.
Raccoglievo pezzetti di realtà anche mentre lavoravo in una comunità terapeutica per tossicodipendenti. Più tardi, combinando in maniera diversa i vari pezzetti di realtà ascoltata e vissuta, è venuto fuori Oltre la porta nera – una storia non vera, ma verosimile.

Preferisci la scrittura o altre forme di espressione?

Mi piace anche ballare la salsa cubana o coltivare le verdure nei vasi del mio balcone, ma sì, la mia principale forma d’espressione è la scrittura. Ho cominciato a scrivere lettere a undici anni, prima a uno zio, poi a molte altre persone.
Già allora mi rendevo conto che la scrittura aveva un effetto quasi magico su di me: una volta che le emozioni sconvolgenti, i pensieri preoccupanti o gli eventi particolari erano tradotti in parole e riversati su un foglio, mi sentivo liberata. Ancora oggi, quando mi sento confusa o bloccata, scrivo per fare chiarezza dentro di me.
Da psicologa direi: la scrittura mi aiuta ad assumere un nuovo punto di vista e a elaborare quello che vivo.

Preferisci il testo in prosa o la poesia?

Come lettura preferisco la narrativa complessa, coinvolgente, autentica che sviscera i sentimenti e i dettagli – di solito libri grossi come mattoni. Quando trovo questo “mio genere” sprofondo in quel mondo, uso ogni minuto libero per leggere e mi consumo gli occhi la notte.
Le storie brevi o la poesia invece, riescono soltanto a evocare sensazioni e situazioni senza approfondirle e mi lasciano insoddisfatta.
Lo stesso vale per la scrittura: non mi soddisfa dover condensare tutto quello che voglio dire nelle poche parole di una poesia.

Nei tuoi incontri nelle scuole cosa ti diverte di più?

Veramente, questa è la prima volta che faccio questo tipo di incontri. Sono molto curiosa di vedere in che modo mi divertirò.

Che giudizio dai degli insegnanti che hai incontrato?

Da cinque mesi, anch’io sto insegnando a degli adolescenti in una scuola privata. A ogni lezione sperimento quanto sia difficile fare questo lavoro. Quindi, l’unico giudizio che mi sento di dare è questo: sono da ammirare tutti gli insegnanti che, a dispetto di uno stipendio inadeguato e di soddisfazioni alquanto rare, svolgono il proprio lavoro con impegno e affetto per i ragazzi.

I ragazzi di oggi chi sono, cosa vogliono e la scuola come dovrebbe essere per coinvolgerli?

Nonostante tutta la nuova tecnologia e l’informazione globale a disposizione dei ragazzi di oggi, non credo siano diversi o vogliano cose diverse da quello che eravamo o volevamo noi della mia generazione. I bisogni fisici, psicologici e relazionali degli esseri umani sono sempre gli stessi.
La scuola, ora come allora, si limita a stimolare l’intelletto in maniera monotona e ripetitiva. Per essere veramente coinvolgente dovrebbe, appunto, coinvolgere la persona – ma a tutto tondo.
Ci sentiamo coinvolti in un’attività se vengono suscitate emozioni, se partecipiamo con tutti e cinque i nostri sensi, se vi è la possibilità di esprimere la nostra creatività, se ci sentiamo connessi in uno scambio di condivisione e di confronto con gli altri.
Una scuola che utilizzasse metodi capaci di svolgere tutte queste funzioni – magari anche con l’ausilio delle nuove tecnologie – diventerebbe inevitabilmente coinvolgente.

Qual è il tuo rapporto con la televisione?

La guardo, ma sono piuttosto selettiva; evito gran parte dei programmi tv. Per esempio, non sopporto le trasmissioni in cui tutti urlano e i reality-show mi annoiano terribilmente – portano quel titolo, ma non hanno niente a ché vedere con la realtà.

Attualmente, seguo I Cesaroni e saltuariamente guardo dei talk-show come L’era glaciale. Poi, naturalmente vedo dei film, a patto che abbiano una storia interessante e possibilmente un happy end – sono un’inguaribile romantica e, almeno in un mondo virtuale, voglio che le storie finiscano bene!

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